La coscienza è la lente dell'universo su se stesso

Giuliano Ferrara ha iniziato sulla carta un girotondo per rispondere alla domanda: Cosa c'è dentro di me? Qui il testo del suo appello. Abbiamo girato la domanda ai bloggers, in esclusiva per il sito. Nessuno ancora sa spiegare completamente come, dopo miliardi di anni di evoluzione, dagli stessi ingredienti e dalle stesse leggi fisiche che tengono insieme una stella o un cristallo, possa essere emerso un grumo di materia che pensa, si auto-osserva, e si interroga sul suo posto nel cosmo. di Amedeo Balbi
20 AGO 20
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Abbiamo girato la domanda: 'Cosa c'è dentro di me?' ai bloggers più influenti. Sulla carta si stanno esercitando sul tema della coscienza i filosofi, i docenti e gli scrittori con pagine bianche a disposizione, su invito del direttore.
Ecco l'appello di Giuliano Ferrara:
"Questa è l'estate di Susan Boyle e del suo paradigma. La domanda alla quale siamo invitati a rispondere, se solo lo si voglia e con molto disincanto, è semplice: che c'è dentro di me. La coscienza è la regina della nostra epoca. Regina abissale, ignota, dalla quale prendiamo tutto quello che ci serve per autorizzare la nostra libertà di decidere che cosa è bene e che cosa è male. Ma la coscienza è anche il ponte tra teologia e psicoanalisi, tra la creatura umana che si pensa divinamente pensata e l'Io che scava sotto di sé alla ricerca della particella naturale, animale, che agisce e reagisce in proprio, a caso o sotto la legge dell'evoluzione creatrice. Quando ci si domandi "che c'è dentro di me", il tema dell'estate come una volta la canzone dell'estate, si è già teologi e psicoanalisti, e si meritano 14000 battute (spazi inclusi) per esibire talenti profondi, come quelli dell'anima di un Agostino d'Ippona o di Susan Boyle, al cospetto del nostro riverito pubblico. Buon lavoro".
Sul sito osiamo di più: condensare la risposta nel post di un blog. Lo abbiamo chiesto a chi i post li fa quasi di mestiere. Oggi è la volta del cosmologo Amedeo Balbi, che ha un blog.
Può sembrare strano chiedere a un cosmologo di occuparsi di un tema come la coscienza. L'ambito naturale della cosmologia è ciò che è fuori di noi, non dentro. E però, almeno un paio di illustri cosmologi contemporanei, Roger Penrose e John Barrow, hanno riflettuto seriamente sul posto che occupa la nostra coscienza nell’universo.
Nessuno ancora sa spiegare completamente come, dopo miliardi di anni di evoluzione, dagli stessi ingredienti e dalle stesse leggi fisiche che tengono insieme una stella o un cristallo, possa essere emerso un grumo di materia che pensa, si auto-osserva, e si interroga sul suo posto nel cosmo; né se ciò sia avvenuto solo una volta, qui, su questo sasso umido che gira intorno al Sole, o se sia un fenomeno onnipresente, una conseguenza necessaria dell’evoluzione cosmica.
Noi siamo un pezzo di universo, ma la complessità delle relazioni che legano fra loro gli atomi di materia nella nostra scatola cranica è inimmaginabile, se paragonata a quella che troviamo in qualunque altra parte del cosmo.
Per cui, non trovo sintesi migliore per definire la coscienza che questa: è il modo che l’universo ha trovato per conoscere se stesso. (Mi piacerebbe tanto averla inventata io, questa definizione; ma ho solo parafrasato un altro astrofisico, Carl Sagan.)